Luisella Giobbi – Il tatto
Luisella Giobbi è ormai da diversi anni “rapita” dalla scultura ceramica a tal punto da farla diventare parte fondamentale della sua stessa vita.
Le sue opere nascono dalla natura, dagli elementi ad essa basilari, come la terra, l’acqua, il fuoco e l’aria, essenziali anche per la ceramica. Per questo nelle sue sculture si percepisce lo stretto legame tra uomo e natura, concretizzato proprio attraverso le mani.
Inevitabile l’associazione al tatto, non solo perché le mani sono protagoniste delle sue creazioni, ma anche perché il pubblico è istintivamente portato a toccarle, a sentirne la consistenza, a cercare di identificare il materiale con cui sono fatte, quasi come se lo sguardo non fosse sufficiente a rivelarne l’essenza. Ecco dunque che il tatto viene in aiuto alla vista, da subito coinvolta nella fruizione delle sculture proprio per le intense tonalità che le caratterizzano e che in gran parte dipendono dalle tecniche utilizzate.
Vera passione per Luisella sono infatti il Raku, soprattutto nella variante Raku dolce e la Terra sigillata.
Queste tecniche hanno permesso a Luisella di realizzare un obiettivo che è divenuto entusiasmante motivo di ricerca: valorizzare la materia dimostrando l’unicità di ogni pezzo, attraverso le mani che plasmano l’argilla, che formano oggetti da tenere e che a loro volta contengono,…attraverso le mani che sentono, provano e riescono a concretizzare un’idea.
Emanuela Biancuzzi – La vista
Imprescindibile per godere delle tavole di Emanuela, la vista ci permette di osservare i colori, le forme, i soggetti scelti dall’artista e di conseguenza riflettere sul suo messaggio. In questo caso vedere significa capire, per poi sorridere della creatività con cui Emanuela ci provoca e dell’ironia con cui rielabora gli eventi della sua vita.
Tra autobiografia e idealizzazione, realtà e illusione, il senso della vista è dunque primario sia per realizzare, sia per osservare i suoi lavori, che si concretizzano in un diario per immagini.
Le storie che Emanuela ci racconta provengono da ricordi che affiorano per caso alla sua mente o provengono da racconti di amici e a questa casualità e istintività lei associa la volontà di mettere ordine per non perdere attimi importanti, fissati con il colore e allo stesso tempo resi noti anche agli altri.
Il tono autoironico proviene dalla sua passione e dalla sua abilità come illustratrice e caricaturista, abilità collegata al saper vedere come capacità di comunicare nel modo più appropriato.
Le tavole che vediamo esposte in Villa De Brandis fanno parte del tema “WWW: The Wonderful World of Wolphy”, in cui vengono presentate variopinte e sconvolgenti immagini del favoloso mondo di Wolphy, divenuto imperatore dell’universo cosmico dopo la sua morte. Il Regno consiste in un mondo utopistico, parallelo a quello reale ed elaborato con tale efficacia da sembrare vero. La fantasia cede così il passo all’ipotesi realistica, o meglio all’idea di un possibile mondo in cui finalmente gli animali e i cani in particolare possano trascorrere una vita libera, senza lo spettro della cattiveria e della perfidia umana; un mondo dove gli animali si vendicano delle torture subite dagli uomini nella vita reale. Ritroviamo così l’ipogeo delle zecche, quello dei vivisettori, dei cacciatori, dei circensi e dei macellai, dove “le prede subiscono un rituale molto particolare che serve a rendere manifesta e visibile la loro estrema malvagità”.
Gabriella Marega – il gusto
Gabriella ha scelto la macrofotografia come mezzo d’espressione e di ricerca.
Un'immagine fotografica può suscitare reazioni emotive, stimolando associazioni, richiamando l’attenzione del pubblico e rivelando il suo potenziale come elemento di comunicazione. Ad essere coinvolta è dunque essenzialmente la vista.
Fondamentale è però il contesto in cui si colloca l’immagine, infatti l'aspetto forse più affascinante della fotografia è proprio la possibilità di alludere a significati che superano il soggetto iniziale.
La fotografia riproduce la realtà, o meglio qualcosa che già esiste, ma poi si può manipolare tutta una serie di fattori come l'inquadratura, il contrasto o la prospettiva delle figure, approdando a qualcos’altro, non più reale.
Gabriella già da qualche anno sperimenta la fotografia proprio in questo senso, come ricerca per riprodurre una cosa e significarne un’altra, per comporre un’opera usando le immagini come materia, come linguaggio artistico. Molto evidente è il legame con il gioco, con il comporre e scomporre i vari pezzi del puzzle.
Il rapporto con il senso del gusto si ritrova invece nei soggetti che sono infatti zucchero, caramelle, zollette e canditi, impiegati nella “costruzione” di paesaggi dolcissimi, che subito stimolano la nostra gola.
Il desiderio che ci colpisce è quello di potersi immergere in un simile ambiente, e quasi ritornando bambini poter assaporare quello che ci circonda.
L’intento di Gabriella è proprio questo, proiettare lo spettatore in un ambiente gioioso, piacevole, gustoso, che rimanda alla propria infanzia, partendo da un’immagine reale, ma che ingrandita e decontestualizzata diviene irreale e piena di poesia.
Francesca Beltramini – l’olfatto
Punto di partenza per l’opera di Francesca è stata l’attenzione e la curiosità nei confronti del naso, l’organo che è in grado di percepire gli odori.
La scelta di rappresentare l’olfatto è stata dunque immediata, quasi istintiva e in effetti questo senso è il più legato alla parte emozionale di noi stessi, non controllata dalla ragione. Attraverso una sequenza di profumi, di essenze diverse, Francesca ha voluto ricreare un precorso fatto di passi progressivi, per permetterci di provare
sensazioni o di ricordarci momenti particolari della nostra vita. Questo perché l’olfatto è anche il senso della memoria.
Gli odori possono attrarci o infastidirci. Rivelano così le nostre inclinazioni e spesso sono legati a ricordi, dunque attraverso questa installazione lo spettatore ha la possibilità di compiere un percorso assolutamente personale, divenendo attivo partecipe dell’opera.
Suggestiva è anche l’atmosfera: la luce si concentra sulle bianche figure che simboleggiano l’uomo e tendono alla forma ideale dell’uovo, inteso come creazione, come forma pura e perfetta.
La parte che cattura la nostra attenzione è il naso, esasperato nelle dimensioni e modificato dalle essenze contenute alla base, si allunga, si accorcia, si piega, si arriccia come se interagisse con i profumi e ne subisse concretamente l’influsso, e proprio questo accade allo spettatore, che ha modo così di riflettere sul potere e sull’importanza dell’olfatto.
Sonia Casari –l’udito
Elaborare delle sculture in grado di produrre dei suoni è stato per Sonia motivo di studio e di ricerca di un risultato concreto, da unire però ad una forma, ad un significato preciso.
E’ a questo punto che è riemerso il suo legame con la terra, elemento caratterizzante della sua opera.
La terra è infatti il suo punto di partenza in quanto scultrice ed è il suo punto di stabilità in quanto donna.
La costante di questo ultimo periodo diviene allora il contenere, il predisporre, come lei afferma. La materia diviene parte viva, non semplice supporto e il risultato di questa ricerca è una scultura organica, in simbiosi con la natura.
Questo rapporto viene messo in evidenza nel video realizzato da Nicola Picogna, che dimostra visivamente la completa fusione tra arte e natura, scultura e corpo, materia e spiritualità. Su tre livelli vediamo dunque l’acqua e l’aria, la terra- corpo e le braci-fuoco, tutti elementi indispensabili per la ceramica e che ritornano nell’installazione di Sonia.
L’energia, lo spirito, le capacità intellettuali, sono rappresentati da una piramide trasparente, che è impulso all’azione, forte, ma etereo.
Il corpo giace sulla terra e assume un’apparenza larvale, in evoluzione, che cerca una sua identità dal confronto con la diversità altrui sia come forma, sia come suono.
Ogni scultura ha infatti un timbro diverso dalle altre e non è in rapporto con la dimensione, proprio perché un corpo più grande può produrre un suono più acuto, nascondendo una fragilità tutta interiore.
Ed è proprio la cavità interna a divenire protagonista, prestandosi ad una funzione espressiva non solo immaginata, avvertita dall’esterno, ma capace di creare un rapporto dinamico con l’osservatore -musicante.
Per coinvolgere concretamente l’udito, i vari suoni delle sculture sono stati registrati da Marco Celotti, musicista che ha elaborato un CD musicale divenuto “colonna sonora” dell’intera esposizione, completando così il percorso sul tema della percezione attraverso i sensi.
Carolina Zanelli – il sesto senso
Il mosaico già come tecnica potrebbe rappresentare il sesto senso in quanto unione ideale di parti diverse e dunque sintesi delle diverse impressioni ricevute dagli altri sensi, che conduce a intuizioni personali e assolutamente imprevedibili.
Ma è soprattutto con le sue opere che Carolina esprime la creatività e l’istintività tipiche del sesto senso.
Innanzitutto nel metodo di lavoro, dove si riscontra la volontà di procedere senza schemi prefissati.
Avendo scelto il mosaico come linguaggio di espressione, è con questo che l’artista intende comunicare direttamente, seguendo un istintivo percorso e senza ricorrere ad un bozzetto preparatorio.
Questo consente a lei di esprimersi in completa libertà, in base all’ispirazione del momento e contemporaneamente di costruire un’opera irripetibile.
Per quanto riguarda i soggetti, ricorrente è il tema del labirinto, che riassume le difficoltà del raggiungimento della meta e allo stesso tempo la difficoltà di trovare una via d’uscita, dunque come simbolo delle scelte e dei cambiamenti di percorso che si devono compiere nella vita, il labirinto implica il sesto senso in quanto pensiero, intuizione e consapevolezza di saper fare la giusta scelta.
A Carolina piace anche giocare con le contrapposizioni, con gli opposti e dunque la pesantezza della materia utilizzata è contrastata dall’ideazione di un tavolino “agitato” dal soffio di un ventilatore, un’installazione surreale e ironica, che con un’intuizione rimanda di nuovo al sesto senso.