| La storia e i forni In Giappone le porcellane cinesi erano ammirate e soprattutto in epoca Kamakura la raffinata porcellana Sung (il celadon verde oliva, la porcellana a rilievo sottovetrina, l'azzura di Longquang ecc.) veniva collezionata da nobili e bushi, ma le imitazioni venivano fatte in ceramica. Quando Hideyoshi invase la Corea porto in Giappone un certo numero di artigiani coreani che andarono a dare nuovo vigore alla produzione ceramica di Karatsu e Hizen, proprio vicino ad Arita. La tradizione assegna la scoperta del caolino proprio a uno di questi artigiani, un certo RI Sampei che avrebbe dato vita al forno di Tengudani. Su questa storia si dicute da tempo perché sembra strano che i ceramisti di Karatsu abbiano vissuto su una montagna di caolino senza produrre anche porcellana. Di solito si ipotizza che a Karatsu si producesse anche una piccola quantità di porcellana già alla fine del '500 e che il forno di Tengudani sia stato l'unico a produrre esclusivamente porcellana. Dal 1615 circa, numerosi forni della zona di Arita (attuale prefettura di Saga, a sud di Sasebo) si dedicarono contemporaneamente alla produzione di porcellana. La prima produzione e semplice, di pasta spessa, colore bianco con vetrina opaca e disegni blu a tratto rapido, quasi a schizzo, con uno stile che è detto coreano anche se in parte imita lo stile cinese contemporaneo. Queste porcellane, dette in Giappone SHOKI IMARI (primi Imari) non sono conosciute in Europa perché non ancora esportate. Dopo il 1620 fu realizzato uno stile affine allo stile cinese Tianqi che fu esportato ed entrò in competizione diretta proprio con la produzione cinese. I pezzi in questo periodo vengono usati per il te e sono piuttosto piccoli perché i forni giapponesi sono ancora primitivi, ma dal 1640 innovazioni tecniche permetto un aumento delle dimensioni. Dal 1650 ha inizio l'esportazione dei bianchi e blu giapponesi in Europa e fa la sua apparizione nelle farmacie olandesi nel 1653. In Cina il passaggio dalla dinastia Ming al dominio manciù dei Ching mette in crisi le fabbriche imperiali che vengono riorganizzate nel 1683, permettendo al commercio giapponese di imporsi sul mercato. Così accanto ad Arita furono impiantati nuovi forni a Mikawachi i cui prodotti venivano esportati dal porto di Hirado. Si caratterizzano per un deciso miglioramento della qualità della pasta. Nel 1659, per fare un esempio, gli olandesi ordinarono ben 64.858 pezzi di porcellana giapponese! Per rispondere alla domanda ci fu una riorganizzazione dei forni di Arita e ne rimasero 12 di grandi dimensioni. In questo periodo gli olandesi fornivano addirittura modelli di legno da copiare e le forme sono di tpo europeo spesso riprese da oggetti in metallo. In questo periodo di grande commercio, si ha anche l'inizio dell'uso dei primi smalti sopravetrina. Questa tecnica inizia in Cina in epoca Ming con pochi colori applicati col pennello sopra la vetrina e fissati con una seconda cottura a temperatura più bassa e raggiungerà il massimo della perfezione in epoca Ching con le varie famiglie (rosa, verde ecc.). La prima smaltatura giapponese differisce da quella cinese per la mancanza del giallo e l'uso di azzurro sopravetrina. Poi i colori comprendono il rosso, l'oro e il verde. Questo gruppo colorato, esclusa la porcellana del forno Kakiemon, in Europa viene di solito chiamato Imari, mentre con Arita si identificano i vasi bianchi e blu. In realtà entrambi i tipi erano prodotti ad Arita e Imari era il porto di imbarco dei prodotti. I giapponesi chiamano tutte queste porcellane ko-Imari (vecchio Imari). Tra il 1650 e il 1660 le porcellane smaltate tendono a non avere blu sottovetrima, ma ad essere interamente smaltate. Se il blu è presente di solito è ad anelli circolari o in semplici fasce poste sul bordo del piede o sul collo del vaso. Poi si generalizza un uso di blu sottovetrina e smalti sopravetrina. Il pigmento blu veniva dipinto sul corpo non cotto e poi invetriato prima della cottura. Il disegno su vasi cotti allo stesso modo è spesso di mani diverse tanto che probabilmente gli smaltatori erano degli specialisti. Nell'ultimo quarto del XVII secolo predominano gli stili Imari e Kakiemon. Imari :E' lo stile più influenzato dalle richieste dei committenti. Alcune non hanno il blu, ma generalmente sono caratterizzate da una combinazione virtuosistica di blu sottovetrina e smalti. La gamma di smalti usata è vasta, ma predominano il verde melanzana, il blu, il turchese, il rosso opaco e l'oro. Dopo il 1670 non viene quasi più usato l'argento a causa della rapida ossidazione. La pittura in blu sottovetrina non delinea l'immagine, ma lascia in bianco lo spazio da smaltare che in seguito viene delineato con smalto nero. I soggetti sono spesso vegetali e arabeschi e l'effetto della superficie interamente coperta da disegni è quasi quello di un broccato. I vasi, spesso a coppie raggiungono grandi dimensioni e hanno spesso un grande collo con imboccatura a ventaglio. Alla fine del'700 la vitalità del disegno si perde e la produzione è manierista e trascurata. Kakiemon: Pur con notevoli differenze da pezzo a pezzo, la porcellana Kakiemon è la più raffinata della produzione di Arita. Prende il nome dalla famiglia di smaltatori Kakiemon che apre un proprio forno nel 1680. I pezzi sono delicati nei colori tanto da incontrarsi col gusto del rococò. La pasta è bianchissima e manca della sfumatura azzurra delle altre porcellane di Arita. I disegni sono radi e disposti su vasi e piatti con grande equilibrio compositivo. Le opere di qualità inferiore usano il blu sottovetrina allo stesso modo dello stile Imari, per campire i motivi. Furono prevalentemente esportate da cinesi e così sono quasi assenti dalle collezioni olandesi, mentre se trovano molte in palazzi inglesi e francesi. Anche altri forni di Arita copiarono questo stile ed è ancora esistente ai giorni nostri. Nabeshima: Alla fine del '600 i signori feudali di Hizen (sempre nel Kyushu), la famiglia Nabeshima creano un forno ad uso personale e per la produzione di doni. Organizzarono la produzione al forno di Okawachi a 8 km da Arita. La produzione tipo era un pitto rialzato su alto piede di solito in tre formati e decorato con un tipico motivo a pettine. Usava blu sottovetrina e la combinazione di smalti e blu sopravetrina. Lo stile è preciso e accurato e imita la tecnica cinese di riempire con smalti sopravetrina una figura disegnata in blu sottovetrina. I motivi sono per lo più fiori, foglie, volute o altri elaborati motivi formali. A volte viene usato il verde oliva del celadon, ma i colori sono sempre scelti in modo accurato. I pezzi migliori risalgono al 1720, ma la produzione continua fino a fine '700 e nell' '800 altri forni vicini come Mikawachi imitano questo stile. Kutani: E' lo stile di porcellane prodotto nell'Honshu (vicino a Kanazawa) a partire dal 1670. Si distingue uno stile vecchio Kutani, in cui sono raggruppati vari tipi e stili caratterizzati da disegno pittosto libero e quasi pittorico che però non erano prodotti a Kutani, ma nelle vicinanze in quanto scavi a Kutani non hanno rivelato oggetti di questo tipo. Nel corso del '800 nella stessa zona geografica, a Yoshidaya, lo stile sarà ripreso e viene indicato come Kutani tardivo. Molta produzione era destinata al mercato del Sud-Est asiatico per cui in Europa esisostono pochissimi esemplari di questa porcellana. Lo stile Kutani iniziale predilige piccoli piatti poco profondi con un solo disegno al centro. Un secondo tipo ha accurati disegni di stile cinese con fiore o un vecchio saggio al centro e bordi a motivi geometrici. Infine vi è un terzo tipo detto Ao Kutani (Kutani verde) a causa del pesante smalto verde che ricopre il piatto sia nella parte anteriore che in quella posteriore. I disegni sono tracciati in modo molto rapido e sommario, ma sono liberi ed efficaci. Lo smalto verde a volte è sostituito da uno giallo, il corpo è più grigio e grossolano delle altre porcellane e la vetrina e gli smalti a volte sono macchiati o irregolari. Porcellane posteriori e forni popolari Alla fine del '700 i forni per porcellana si moltiplicano in varie zone del Giappone. La nuova classe cittadina richiedeva sempre più porcellana (spesso si vedono tali oggetti anche sulle stampe) per cui sorsero vari piccoli forni locali. Questo tipo di vasi è praticamente sconosciuto in Europa ed era prodotto solo per il mercato interno. Forni popolari furono, sempre vicino ad Arita, Hasami e Kihara, ma ce ne furono anche nello Shikoku e in Honshu. I pezzi di qualità migliore venivano fabbricati a Mikawachi e a Kameyama vicino a Nagasaki. Il primo produce porcellana bianca di alta qualità in forme coplesse a volte con motivi a traforo o in altorilievo. Il secondo forno che risale al 1820 segue uno stile cinese molto delicato. Anche a Seto, il tradizionale centro ceramico, a fine '700 si inizia a produrre porcellana, tanto da superare Arita in quantità. I pezzi migliori hanno bei paesaggi in stile cinese. Nel XIX secolo si copiano molte porcellane cinesi con grande abilità tecnica tanto che a prima vista sembrano veramente cinesi. Una quantità minore viene invece prodotta da famosi ceramisti come Okuda Eisen, Aoki Mokubei e Ninami Dohachi. Nel '900, accanto a una produzione industriale, soppravvivono produzioni artigianali ad Arita come quelle dei Kakiemon e degli Imaemon. |
|||